| Intervista alla Dott.ssa Bonuomo |
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Il nostro percorso inizia con un’intervista alla Responsabile Educativa della Casa Circondiale di Trieste, la Dott.ssa Buonuomo
Dott.ssa, come è nata l’idea del pane?Ci stavamo pensando da diversi anni. Era una richiesta da parte dell’area educativa e della direzione di dare spazio ad un vecchio mestiere che non scompare mai. Fare il pane è la cosa più semplice ed è alla portata di tutti. L’idea era la produzione di pane e biscotti, grazie alla realizzazione dei laboratori, finché non abbiamo incontrato voi del Centro di Formazione Opera Villaggio del Fanciullo in grado di redigere un progetto per la richiesta per finanziare il panificio, e soprattutto in grado di mettere su un laboratorio per imparare come si fa il pane, fare formazione, impresa, vendita… Quali sono i principali problemi psicologici che deve affrontare un detenuto? Privazione della libertà, convivenza in spazi esigui, etnie e culture diverse dalla propria, diverse problematicità, dalla tossicodipendenza a problemi di salute, e pensare che ha sbagliato e sa di essere di peso per la famiglia. La condizione di “passività”, non potersi rendere utile per la famiglia e per i figli, e non partecipare alla vita quotidiana. Quali sono gli strumenti che avete a disposizione per intervenire? Per lenire: formazione e lavoro, e farlo sentire meno di peso verso i suoi familiari, e più attivo alla vita sociale. L’altra cosa sono le misure alternative di detenzione. I detenuti possono uscire e partecipare alla vita quotidiana e sociale. Sono una misura non indifferente in quanto il detenuto lavora, partecipa alla vita familiare ed è soggetto alle regole del carcere. Il lavoro interno per chi non può uscire permette di sentirsi utile, piuttosto che stare 24 ore in cella al giorno o a guardare la tv, che è alienante. Stimolare la persona a recarsi in biblioteca, a leggere, a seguire le altre attività trattamentali: scuola, laboratori, essere attivi, presenti, e non un essere che quando entra è dimenticato nella cella. Favorire processi di partecipazione alle attività rieducative Cosa rappresenta per lei il laboratorio di panificazione nel suo istituto e cosa pensa possa rappresentare per i detenuti? Un progetto ambizioso e duro che richiede per noi uno sforzo nel contare anche sulle forze interne all’istituto, ma un progetto importante perché consente di dare lavoro e formazione. E per gli stranieri, una volta via dall’Italia, un mestiere che possono spendere nel loro paese. Un’esperienza maturata negli anni l’ha portata a valutare i rischi di ogni azione rieducativa, quale pensa possano essere i rischi commessi a tale progetto e come pensa si possono ridurre? Il rischio ci deve essere. C’è ogni giorno. Ma il rischio ti permette di mettere alla prova la persona. Fai un patto di riuscita con la persona. I rischi fanno parte del lavoro, come in tutte le cose. Non solo noi corriamo dei rischi, ma anche la magistratura di sorveglianza nello svolgere il suo lavoro e concedere misure ai detenuti. . Un’iniziativa come questa proposta dal progetto Bread and Bar, a differenza delle precedenti realizzate all’interno di tale istituto, non si limita ad un periodo di formazione professionale mirata per un certo numero di detenuti, ma punta a realizzare una struttura stabile sia per la formazione ma anche e soprattutto per offrire lavoro ai detenuti, cosa crede possa servire per rendere più efficace possibile questo obiettivo di lungo periodo? I docenti si devono rendere conto durante la formazione verso i detenuti che sono adulti, vanno rispettati, come persone e non come detenuti. Sicuramente i docenti possono dare il massimo. Ci vuole abilità del docente nel motivare il gruppo e non far si che il gruppo vada a perdersi. Sicuramente poi promuovere l’attività lavorativa, e non solo nozionistica – perché quest’ultima può essere pesante se non è abbinata anche alla parte manuale e creativa. E soprattutto per i detenuti con pene lunghe garantire un’attività stabile. Secondo lei, quali sono i benefici che si possono offrire alla collettività dal punto di vista sociale grazie a questo progetto? La formazione avviene come possibilità di dare alle persone un percorso, un mestiere per potersi spendere sul territorio nazionale e internazionale, di immettersi nel mondo del lavoro gradualmente. Ciò deve essere un percorso guidato. Essere in grado di fare colloqui, fare un curriculum, per portare il detenuto dell’interno all’esterno per un percorso lavorativo. Se dovesse proporre uno slogan per pubblicizzare il pane realizzato dai detenuti cosa direbbe per convincere le persone a comprarlo? “Pane per tutti”, perché il pane è di tutti ed è un cibo che mangiano tutti. I miei ricordi legati al pane sono profumi e odori. Questo profumo all’interno del carcere è un profumo di libertà. Il pane non ha orari poi…… di Clelia Fiano |
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| Ultimo aggiornamento Mercoledì 27 Ottobre 2010 10:48 |



